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---Georg Gissing, fra noi

---Mauro Francesco MINERVINO

--<<It is the mind which creates the world around us, and even though we stand side by side in the same meadow, my eyes will never see what is beheld by yours, my heart will never stir to the emotions with which yours is touched>>.

George Gissing, fra noi - Mauro Francesco Minervino - emigrati.org web site

George Gissing

--<<E’ la mente che crea il mondo che vediamo intorno a noi. Ma anche quando restiamo sdraiati sullo stesso prato, l’uno accanto all’altra, e osserviamo ciò che entrambi possiamo guardarvi, i miei occhi non vi scopriranno ancora la medesima sensazione che è stata avvertita dai tuoi occhi. E persino il mio cuore forse non riuscirà mai battere per le stesse emozioni che ora toccano il tuo>>


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--«(...) di tutte le cose esiste un cammino che volge a ritroso ( ...) Indifferente è per me da quale parte incomincio; infatti lì ritornerò di nuovo ».
Parmenide, I Frammenti 5, 6.


--George Gissing, tra noi

--C'è sempre qualcosa di estraneo e di sbagliato nel modo in cui una certa tristezza, per non dire di una "morbosità" dello sguardo, affliggeva certi inglesi eccentrici e molti degli stranieri perdigiorno in giro per il Grand Tour. Tutti quei tisici illustri e stravaganti che fuggono dalle fredde e malinconiche metropoli del loro mondo iperboreo sciamando verso il Sud, e che pagandone comodamente il prezzo in travel cheque di una banca di Lombard, si credono <<born in exile>>.

--Forse la causa di questo esotismo al nero, più che con il solito fraintendimento nordico della luce e del sole del Sud (quel misto di invidia e di spocchia altezzosa che certi tedeschi e britannici non sono mai stati capaci di confessare di fronte allo spettacolo imbarazzante di tutta quella gente che viveva così intensamente --e in fondo in modo così piacevolmente civile, a dispetto della povertà e nonostante la sporcizia--, in quei minuscoli paesi senza strade, su cui la luce si diffondeva però in modo così sorprendentemente sontuoso, illuminando le casupole e il sembiante fotogenico di ognuno dei suoi abitanti), ha forse a che vedere con un fraintendimento della vita e della storia del mondo più interno e profondo, che nel viaggiatore medio si traveste di solito in una sorta di degnazione paternalistica ammantata di boria etnocentrica. Il loro pregiudizio gettava ombre su tutto. Ma talvolta la luce del Sud fa venire a galla anche tra gli stranieri bennati ciò che resta celato tra i risvolti di una umanissima confessione dello smarrimento di sè nella civiltà dei moderni. Umore comprensibile è la malinconia del Sud di George Gissing. Vi approda per l’ultima volta nel 1897. Da solo. Attraversava la vita come fosse un viaggio. E quest’ultimo suo viaggio al termine della vita finisce allora nel luogo più a sud di tutto. In Calabria. Il posto migliore per perdersi. Chi era George Gissing? Un vittoriano solitario, un fuggiasco maledetto, uno scrittore senza lettori. Ma un viaggiatore davvero speciale.
--Dopo essersi a lungo smarrito nel deserto della Calabria del 1897 e ritrovato a specchio nei volti sconosciuti degli abitanti del Sud, dopo aver cercato l’oblio in occhi di donne dallo sguardo di liquirizia, Gissing ha abbandonato il suo tempo al disordine delle strade e mischiato la vita al costume corrivo che decanta come schiuma dall’incipiente ambizione provinciale delle città del Sud (dove gli capita di vedere copie ridondanti e decrepite dell’architettura moderna (<<la smania di costruire qui ha sfigurato tutto>>) che già soffocano le piccole e antiche città, i luoghi laddove in un tempo immemore nacque l'Europa). E così il vittoriano solitario è costretto a dirsi una volta arrivato laggiù, che nemmeno sulle rive dello Ionio egli avrebbe potuto sedersi quietamente sulla soglia dell’attimo e dire davanti all’estremo finis terrae di quel suo singolarissimo viaggio, <<At last!>>:<<Qui finalmente riconosco la mia vita>>.

--Tanti prima di lui, celebrando l’ipocrisia dell’esota hanno detto di aver amato il Sud. Gissing invece non mente. Neanche a se stesso. Perché è pur vero che proprio il viaggiatore più autentico è colui che sempre si nega all’amore. E si lega solo all’amore per il più lontano. Il vero viaggiatore non può amare, perché l’amore è riposo e stasi nell’appartenenza; e invece il viaggio è mutamento di luogo e di sentimento, condizione indefinita di spostamento, spaesamento e inquietudine senza posa. Erranza.
--Gissing è affamato di lontananza e il suo viaggio si nutre di simulacri femminili. Giunto in Calabria da Napoli imbarcato su un piroscafo, aveva già deciso in Inghilterra, un anno prima di partire, che avrebbe toccato terra a Paola, un luogo con un nome di donna, <<è più di un anno che mi è venuta in mente l’idea di Paola...>>. Più onestamente, dopo i suoi incontri (di grazia o a tariffa) con le donne calabresi dalle pupille ardenti, in mezzo ai dubbi erratici del suo girovagare amoroso per le contrade del sud, per sé riconosce solo lo spazio aperto e irredento di questo interrogativo: <<quanto, e già più abbondantemente di ciò che io stesso meritassi, sono stato ricompensato per questo amore?>>.
--Gissing cercava la luce del Sud per sanare una ferita. Questi luoghi di bellezza sono quegli stessi agognati e nascosti ai personaggi che nelle favole amare dei suoi romanzi e racconti vedono indicata davanti a sé la strada giusta che il protagonista non riesce mai a percorrere, deviato nel suo cammino da errori e avversità esorbitanti. Nell’immaginazione che si nutre della forza del desiderio, andare e tornare verso ciò da cui un distacco ci ha originariamente deprivati, è la medesima cosa. Ecco perché egli non era un turista, un esota comune, uno di quegli estranei compassionevoli o incantati. Comunque finti.
--lui si davvero, era nato in esilio. Esilio dei tempi, esilio dei sentimenti: <<la mia immaginazione, sempre immersa nella lontananza, in un altro mondo>> -- <<noi tutti possediamo in segreto il desiderio di credere fermamente ad un amore immortale, eterno. Un sentimento commovente, ma è così amaro accettare la verità>> -- <<non sono mai riuscito a sentirmi in patria un membro della cosiddetta società. Nella mia vita sono sempre esistite due sole entità: me stesso e il mondo, e le relazioni intercorse tra queste due polarità sono state di norma ostili ... Sono nato in esilio>>.
--Se qualcuno ritorna sempre con la mente e con gli occhi a luoghi, memorie, visioni di un altrove irredento; e se dentro restano come schegge roventi sguardi e parole, il richiamo di una voce, un volto di donna fuggito per la via insieme alla promessa di <<una bella giornata>> -- allora il suo viaggio è qualcosa di più, e chi lo compie non diventa il complemento particolare e fortuito di una terra lontana abitata dagli "altri". Egli invece "abita" quella terra come fa un nativo con la sua patria lontana scorrendo il diario figurato della sua gioventù. Uno straniero così può viaggiare verso l'altrove cercando i segni di un'appartenenza. Un ritorno. Proprio come farebbe un nativo. Gissing era -in fondo- un inglese maledetto che desiderava di farsi calabrese. <<Qui mi sento bene, anzi molto bene, perché è qui che è più bello vivere>>, scriveva ai suoi infastiditi connazionali dalla reietta Calabria, a dispetto del primato imperiale dell’età vittoriana. <<Nella mia geografia ancora sta scritto che tra Catanzaro e il mare si trovano i Giardini delle Esperidi>>, aggiunge poi con il tocco ironico del dandy. Ma un luogo buono per vivere, per lui lo era anche per morire. <<Dopo tutto per me sarebbe meglio morire qui in una stanzetta davanti allo Ionio che in un tugurio di Shoredicth>>, egli ha scritto sul serio da un lettuccio di locanda di Crotone quando la tisi lo aveva già promesso alla morte.

--Chi resta lontano, il turista per caso, può dire con la degnazione che è tipica del turista, di amare il Sud. Intendendo con ciò che forse potrebbe un giorno tornare a visitare nuovamente quei luoghi, ma che certo laggiù nessuno di loro verrebbe mai veramente a viverci, a morirci. Il solito insulto benevolo del turista che va in giro senza bisogno di tornare da dove venuto, perchè in realtà viaggia senza mai spostarsi da casa. Ma chi incontra davvero chi, come ha fatto George Gissing? <<Uno straniero di passaggio non ha nessun diritto di coltivare sentimenti di superiorità nazionale>>. Questa era la sua antropologia ante litteram.
--Persino i turisti più illustri --che dire dell'insopportabile filisteismo colto di Goethe e di Stendhal, (e dopo di loro desta sorpresa persino la giovanile ritrosia xenofoba del grande Walter Benjamin che nel 1912, tedesco sino al midollo, eviterà qualsiasi contatto umano con la radicale alterità del Sud!), attenti soltanto alla rivelazione del "sublime"?--. Viaggiatori supercolti i quali senza toccare mai terra sorvolano tutto dalle vette celesti della loro arida degnazione intellettuale che si nutre senza vita della contemplazione classicista delle rovine e degli incanti muti del paesaggio. Non c'è paese, non c'è mai la gente. La vita non si tocca. Non ci sono incontri. Restano le alte coste del Sud, con lo spettacolo geometrico delle loro forme dolci e tormentate e il mito del loro sfarzo vegetale che sfila oltre il bordo del piroscafo. Poi le marine e le piccole case colorate, salutate con sollievo da lontano, separate nuovamente dall’arretratezza e povertà che ai loro occhi pare debba durare per sempre. Da lontano di nuovo tutto trascorreva e ridiventava più accettabile. Gli abitanti cenciosi dai bei profili eroici, la parlata e il gesto omerico venivano dimenticati presto: in fondo il Sud era solo una vacanza più strana.
--Quello non era l'eden. Ma la posta in gioco nella dialettica del sogno è il risveglio di chi sogna. I Giardini delle Esperidi di Gissing, come tutti i suoi sogni a lungo vagheggiati di <<an other new life>> alle latitudini del sud, erano sprofondati tra le sabbie bianche e le canne di palude, giù per i calanchi riarsi dello Ionio, subito dopo i tempi del mito. I pescatori non conoscono Ulisse; forse ancora lo vede l'occhio del polipo, attratto dalla luna d’agosto.
--Quello che Gissing attraversa e porta con sè nell'autunno del 1897, due secoli fa oramai, è il Sud che non vediamo più. Le rovine del passato classico, rotte e sparute, sono ancora quelle solenni vestigia non ancora calpestate dai turisti, sepolte sotto il fango dei secoli o ricoperte di grovigli di rovi e rampicanti. Reliquie davanti alle quali, da soli e assorti in mezzo alla campagna solitaria --la stessa che adesso vediamo tagliata dal nastro grigio e rumoroso delle autostrade--, qualche spirito tormentato delle metropoli imperiali di Vienna, Londra o Berlino, ancora viene per meditare sui destini ultimi della vanità umana; sull'insensatezza della vita stessa, forse. A Paestum, le possenti e magnifiche colonne di travertino del tempio dorico di Poseidone, confuse nel paesaggio reso più immobile e indifferente dagli ultimi bagliori di un tramonto autunnale che rabbrividisce tra il cielo e il mare, per Gissing sembrano emergere direttamente dalla forza tellurica del suolo, e parlano della solitudine che avvolge e annichilisce la storia umana nell'eterno uguale rifarsi del tempo, nel passaggio all’indifferenziato che avvolge tutte le forme della natura.
--L’ineffabile <<sentimento dei luoghi>> di cui ha parlato di recente Vito Teti trova in uno ‘straniero’ come Gissing un testimone in anticipo sulla coscienza del tempo.
--Anche <<la gente che qui vive con dignità e merita rispetto, e che commiserare sarebbe un insulto>>, la stessa che egli incontrò e ascoltò cantare in una lingua che ancora custodiva i semi saltellanti dell'epos dei greci --quelle donne dallo sguardo innocente e sensuale di giovani dee, quella gente allegra e caparbia la cui compagnia gli rese più leggero il cammino--, non c'è più. Chissà che direbbe il vittoriano solitario di quella solitudine solenne e assorta, oggi pretenziosamente cancellata dal movimento assordante e insensato di un'autostrada affollata. Lo stupore di luoghi su cui riposava l'insidiata memoria del mondo degli antichi progenitori europei e dove ora travi e piloni di cemento armato sostituiscono alberi secolari e colonne millenarie. Ma il mondo, si sà, è così com’è adesso. E per i viventi rimpiangere il passato è già un delitto. Il diorama di una natura delicata e potente, la quieta bellezza di città e contrade millenarie che un tempo suscitavano puntuali l'ammirazione un pò svenevole dell'inquietudine nordica, oggi presentano senza scampo il conto di una nemesi storica che parla il linguaggio malinconico e deserto di certi bellissimi film di Gianni Amelio. Questo paesaggio della modernità, con i suoi cascami polverosi, le sue città rotte e inconcludenti dove la gente sembra vivere nella frangia di un presente opaco che non apre mai al futuro. Non-luoghi costruiti da una società di immemoriali, dove tutto viene calpestato e rimpicciolito dalla violenza esorbitante delle cose nuove, dall’ingombro caotico delle periferie senza più centro: teorie di enormi condomini, asili di una povertà nuova e più disperata che promettono di attraversare indenni i secoli futuri mostrando intatta la loro insalvabile bruttezza.
--<<La Calabria>>, scrive ancora a proposito Vito Teti, esemplificando nei luoghi del moderno <<l’immagine di una storia complessa e controversa, appare come un’unica grande rovina, una “grande incompiuta”... l’indefinitezza, la precarietà, sono un tratto distintivo della geografia, del paesaggio, dell’antropologia di una terra in fuga>>. In fuga da sé stessa.


--L'umanità povera e vociferante che senza saperlo custodiva e venerava la stessa bellezza che fu degli antichi forse anche nel più sordido degli abituri di fango e paglia, è stata travolta e spazzata via dalla volgarità irredenta e insolente dei nuovi abitanti delle mille periferie povere e incattivite che incombono sulle moderne città del Sud. Lo strepito meccanico del traffico ha soffocato il mormorio delle fontane. L'assedio delle discariche e dei cumuli di rifiuti, la voglia di distruggere e negare è ovunque. Senza poter contare su di un ragionevole compenso economico, oggi le belle coste limpide della Calabria sono solo un bel ricordo oppresso sotto una coltre ininterrotta di cemento. Certo Taranto e Crotone di cent'anni fa erano piccole città sudice e febbricitanti per la malaria, ma non ancora inquinate dalla mafia e dal sudiciume della droga, non ancora rovinate dall'abusivismo dilagante e dal malessere sociale che le affligge ai giorni nostri. La vecchia Cosenza con i suoi vicoli, i mercati brulicanti e le sue austere palazzate seicentesche oggi cadenti non è stata riscattata dal suo antico isolamento dalla crescita caotica della nuova Cosenza, con la sua ambizione provinciale di città degli uffici cablati e dei condomini grigi e squadrati, che certo ancora non rivaleggia per civiltà con l'antica città di Telesio. Oggi il Sud di Gissing è un immenso e caotico terreno di battaglia disseminato peggio che altrove dalle macerie e dei ruderi informi di una modernizzazione scarsa di sviluppo che è stata incapace di tenere fede alle promesse di progresso annunciate un secolo fa e rinnovate dai recenti profeti delle “tre i”. Il prezzo delle conquiste della modernità qui è stato tra i più compromettenti ed elevati: territorio massacrato, assenza di un'economia reale, disoccupazione che non smette di crescere, amministrazioni e governi locali allo sbando, la mafia efficiente e pervasiva come qui nessun potere legale riesce ancora a diventare. Un nuovo e più sottile disordine sociale sta finendo per sgretolare una società che a dispetto del lusso e del benessere materiale ostentati ovunque, resta irredenta e immiserita nei valori e culturalmente dimidiata nel suo unico bene: la sua memoria. Una società entro la quale nessuno pare avere il coraggio e la forza sufficiente a contrastare il peggio. Altre regioni, si dirà, altri paesi, altri Sud del mondo offrono della modernizzazione un bilancio simile, e tuttavia ‘ora’ è meglio di ‘allora’. Resta pur sempre il benessere dei consumi, le macchine, i frigoriferi, i computer, i telefonini, le parabole, l’economia di carta: certo, è vero. Ma non è comunque una buona ragione per tacerne stupidamente il prezzo e nasconderne lo scandalo. A poco più di cent'anni di distanza da quel viaggio di Gissing al Sud, le pagine che questo scrittore vittoriano dedica ad un mondo già allora così irrimediabilmente lontano dall'età dell'oro e dalle pagine ingiallite dei classici, sono divenute per molti aspetti un documento complesso della verità dei tempi e dei garbugli irrisolti della storia, e non soltanto un divertente siparietto sul modo più conveniente di stipulare accordi con prostitute, ristoratori e postiglioni intriganti (vale a dire, comunque, i nostri non del tutto commendevoli nonni!). Anche come cultore di antichità, Gissing non si comporta da filisteo colto. Le sale polverose dei musei provinciali, con le loro teorie di busti e statue di divinità classiche e di ninfe dal naso dritto, chiuse nella perfezione del passato, sono testimonianze che lo interessano molto meno dell’incontro reale e più umanamente promettente con le ninfe plebee incontrate per le strade di compagna. E i capolavori dell’arte apollinea sono meno interessanti se confrontati con la <<strana e sorprendente>> collezione di maschere e ritratti di volti beffardi e deformi degli antichi abitanti plebei di Taranto -autentico geroglifico sociale che un'epoca trascorsa sembra consegnare ai suoi successori-, osservate in un angolo del museo archeologico. E queste immagini del passato trovano un corrispettivo dialettico ancor più significativo in una galleria di sembianti di contemporanei osservati a Crotone, i cui abitanti erano falcidiati dalla malaria endemica, dove un fotografo cittadino <<aveva esposto una quantità di ritratti, ed era una mostra che faceva paura>>. Ancora è lo stesso stupore umano suscitato da una commovente tavoletta di commiato scoperta su una tomba del cimitero di Crotone, o quello provato a Napoli davanti ai turbamenti della <<Collezione Pornografica>>, intento alla contemplazione del magnifico bassorilievo di un Dioniso malinconico e inebriato da una giovane menade danzante. Immagini di un'inquietudine umana che viene dal passato per smentire l'illusione di felicità e di armonia proposta da un paganesimo delle rovine estetizzante e di tutto riposo, alla Goethe. Il catalogo di adesso offre altre icone.

--Oggi ci sono paesi e villaggi del Sud diversamente poveri e precari. Avamposti traballanti di una modernità fatta di superstrade dal tracciato incerto e da quartieri abusivi sporchi e polverosi, incistati di violenza. L’antropologia del casino. Il paesaggio dei mucchi dei rottami d'auto degli sfasciacarrozze in mezzo alle campagne, e quello dei cartelloni pubblicitari e dalle insegne al neon spropositate dei ristoranti per banchetti nuziali a buon mercato. Villaggi di fantasmi per nove mesi all’anno che hanno nomi di fantasia copiati dalla televisione e quelli di città antiche della magnagrecia, il cui richiamo grottesco e favoloso occhieggia per qualche secondo dai finestrini delle auto in corsa dei vacanzieri, che già sfilano lasciandosi dietro le facce stordite dei fruttivendoli e dei venditori ambulanti di pesci e cibarie. Quelle vecchie donne e i ragazzini fermi sotto il sole con i loro banchetti improvvisati lungo il bordo impolverato delle nazionali soffocate dal traffico estivo, con addosso quell'espressione fissa e implorante nell'attesa di un acquirente per le loro mercanzie d’occasione. Queste però non sono povertà esotiche, tristezze da cartolina. Niente a che vedere con il pittoresco e il primitivo del Grand Tour classico. Anche questo è il prodotto sociale della modernità alle latitudini del Sud. E la visione di questa modernità corriva, caotica e distruttrice era stata oniricamente intravista e malinconicamente preconizzata, quasi anticipando nei segni criptici la sceneggiatura e il set iperrealista di uno dei film di Amelio, nel viaggio che George Gissing compiva nel Sud meno di cento anni fa. C'era già in quel suo viaggio qualcosa che pochi stranieri hanno avuto il bene di capire e il coraggio di affrontare guardando tutto più da vicino: la verità della vita, così com'è. E cosa resta di un viaggio come questo? -- Non un bel souvenir; ma la vita stessa. Quella che si prende, quella che si da. Anche quando ogni cosa è impossibile, anche quando tutto sembra renderla inutile, perchè altrove e in nessun luogo esiste veramente <<another new life>>. Ma fu questo il destino di Gissing, di sentire il richiamo del Sud come una notte insonne che ci ripete indimenticato un nome di donna, amata e perduta. Da qualche parte ci si innamora sempre del mondo, della vita, di un nome di donna. Malgrado il mondo, nonostante tutto, ognuno deve amare qualcuno da qualche parte. Così come viene, prima che torni il silenzio.

 

Mauro Francesco Minervino - risorse web

Mauro Francesco MINERVINO durante il 1° Festival internazionale della Filosofia in Sila - fotografia: Carmine Talerico

 

 

George Gissing - risorse web

--C'è sempre qualcosa di estraneo e di sbagliato nel modo in cui una certa tristezza, per non dire di una "morbosità" dello sguardo, affliggeva certi inglesi eccentrici e molti degli stranieri perdigiorno in giro per il Grand Tour. Tutti quei tisici illustri e stravaganti che fuggono dalle fredde e malinconiche metropoli del loro mondo iperboreo sciamando verso il Sud, e che pagandone comodamente il prezzo in travel cheque di una banca di Lombard, si credono <<born in exile>>.

George Gissing, fra noi - Mauro Francesco Minervino - emigrati.org web site

George Gissing (1857-1903)

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  • SUD

Rosa dei venti: SUD

--Il Sud è uno dei quattro punti o direzioni cardinali. È opposto al nord e perpendicolare a est e ovest.

--Il sud geografico è la direzione verso l'estremità meridionale dell'asse sul quale ruota la Terra, chiamato Polo Sud. Il Polo Sud si trova in Antartide. Il Sud Magnetico è la direzione verso il polo sud magnetico, che si trova a una certa distanza dal Polo Sud geografico.

--Il termine Sud del Mondo viene spesso usato per indicare le nazioni meno avanzate tecnologicamente o culturalmente. Più generalmente "il Sud" indica particolari regioni all'interno di una nazione, come nel caso del sud Italia. - http://it.wikipedia.org/wiki/Sud

 

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Kénosis - Crucifissione eseguita al computer da Francesco Saverio ALESSIO con un software per CAD - florense.it web site

Crucifissione - di Francesco Saverio ALESSIO

Kènosis

 

--[...] Con la fine della metafisica, scopo delle attività intellettuali non è più propriamente la conoscenza della verità, bensì quella "conversazione" nella quale ogni argomento ha il fondato diritto di trovare un accordo senza ricorrere ad alcuna autorità. Lo spazio lasciato vuoto dalla metafisica non deve più essere riempito da nuove filosofie che pretendano di esibire un fondamento estraneo alla "conversazione". Nella cultura contemporanea, questa posizione non è rappresentata solo dall'ermeneutica, ma anche da scienziati come Thomas Kuhn e Arthur Fine, da filosofi come Robert Brandom e Bas van Fraassen e da teologi come Jack Miles e Carmelo Dotolo, nei quali la questione della dimostrabilità delle tesi sostenute rimane completamente aperta, giacchè tali tesi si richiamano pragmaticamente ed ermeneuticamente all'edificazione più che alla conoscenza.

--Secondo Rorty e Vattimo, la secolarizzazione non è altro che la storia del pensiero debole: è la secolarizzazione, infatti, a insegnarci che le domande sulla natura di Dio sono inutili a causa della debolezza della nostra ragione. Vattimo precisa che "l'indebolimento che la filosofia scopre come tratto caratteristico della storia dell'essere si chiama secolarizzazione, intesa nel senso più ampio, che abbraccia tutte le forme di dissoluzione del sacro caratteristiche del processo di civilizzazione moderno. Se però la secolarizzazione è il modo in cui si attua l'indebolimento dell'essere e cioè la kénosis di Dio, che è il nocciolo della storia della salvezza, essa non andrà più pensata come fenomeno di abbandono della religione, ma come attuazione, sia pure paradossale, della sua intima vocazione". 1) Non ci viene detto che Dio non esiste, ma solo che non è chiaro che cosa significhi affermare o negare la sua esistenza.

--[...] L'uomo post moderno, se assume fino in fondo la condizione debole dell'essere e dell'esistenza, può finalmente imparare a convivere con sé stesso e con la propria finitezza, al di là della residua nostalgia per la fine di ogni assolutezza della metafisica. --Accettare la condizione costitutivamente scissa, instabile e plurale che è propria del nostro essere, destinato alla differenza, alla transitorietà e alla molteplicità, significa essere in grado di praticare attivamente la solidarietà, la carità e l'ironia. L'uomo che distoglie la sua attenzione dall'oltremondo e la rivolge a questo mondo e a questo tempo (Saeculum significa anche "questo tempo presente") si adopera per far valere gli ideali del pluralismo e della tolleranza ed evita che una particolare visione del mondo s'imponga servendosi dell'autorità che le è attribuita. La "morte di Dio" (un'espressione che originariamente appartiene a Lutero) oggi indica l'icarnazione, la kénosis (dal verbo kenóo, rendo vuoto), con la quale Paolo allude al "vuotarsi di se stesso" compiuto dal Verbo divino che si è abbassato alla condizione umana per morire sulla croce. Tutto questo ci spinge verso una concezione meno oggettiva e più interpretativa della rivelazione, vale a dire verso una concezione "dell'ultimo dio". 2)

tratto dalla INTRODUZIONE - Una religione senza teisti e ateisti - (pag. 23-24) a

IL FUTURO DELLA RELIGIONE - Solidarietà, carità, ironia - Richard RORTY - Gianni VATTIMO

--a cura di Santiago ZABALA, edito da GARZANTI, 2005

note:

1) Vattimo, Dopo la cristianità, Garzanti, Milano 2002, pp. 27-28

2) M. Heidegger, Beiträge zur Philosophie ( Vom Ereignis ), Vittorio Klostermann, Frankfurt am Main 1989

--1° Festival internazionale della filosofia in Sila

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